martedì 25 giugno 2013

ADDIO A RICHARD MATHESON





Una delle pietre miliari del genere fantastico ci ha lasciati: Richard Matheson, a 87 anni, è morto due giorni fa a Los Angeles.
Autore di indimenticabili capolavori come Io sono leggenda, Tre millimetri al giorno e Io sono Helen Driscoll, nacque ad Allendale nel New Jersey il 20 febbraio 1926.
La sua carriera di scrittore iniziò nel 1950 con un racconto breve pubblicato sul Magazine of Fantasy and Science Fiction. Da lì iniziò a produrre decine di racconti in cui mescolava fantasy, horror e fantascienza; è del 1953 il suo primo romanzo, Ricatto mortale , cui seguì lo stesso anno Tre ore di pura follia e poi nel 1954 Io sono leggenda, la sua consacrazione.
Fu inoltre sceneggiatore di episodi delle serie Ai confini della realtà,  Alfred Hitchcock Presenta e Ghost Story, si è occupato inoltre dell'adattamento dell'antologia Cronache Marziane di Ray Bradbury.
Diversi sono stati gli adattamenti cinematografici delle sue opere: Tre millimetri al giorno (divenuto Radiazioni BX: distruzione uomo di J. Arnold nel 1957), Duel (1973) di Spielberg, Al di là dei sogni di V. Ward (1998), l'horror di D. Koepp Echi mortali (1999), il mistery di Richard Kelly The Box  (2009), l'action Real Steel di S. Levy (2011).
Io sono leggenda è stato adattato tre volte: L'ultimo uomo della Terra nel 1962 di Ragona e Salkow; 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra di B. Sagal, nel 1971 ; Io sono leggenda di F. Lawrence nel 2007.
Matheson avrebbe dovuto ricevere il Saturn Award, il premio che viene assegnato annualmente dall'Academy of Science Fiction, Fantasy and Horror Films. Il riconoscimento verrà assegnato postumo e la cerimonia sarà dedicata all'autore scomparso. «Abbiamo il cuore infranto a perdere uno scrittore dal talento torreggiante, dalla fantasia illimitata e dall'ispirazione senza pari - ha detto Robert Holguin, presidente dell'Accademia - Richard era un genio le cui visioni hanno contribuito a portare legittimità e consensi di critica alla fantascienza e al fantasy»

domenica 7 aprile 2013

IL RE DEI MORTI: INTERVISTA DI JASON BROCK A GEORGE ROMERO


Nameless Magazine, vol. 2, n. 2: Fall/Winter 2012, pp. 47-90.







Brock: Benvenuto Mr. Romero, grazie per aver accettato di parlar con noi.

Romero: è un piacere.

Brock: Eccellente. Vorrei iniziare parlando di alcune cose di cui non si discute molto durante le interviste sui tuoi film, come i tuoi sentimenti e pensieri riguardo gli avvenimenti politici americani. Te lo chiedo perché normalmente i tuoi film hanno significati sotterranei sociopolitici, come il razzismo, il voyeurismo, il sessismo e cose simili. Perciò cosa pensi adesso dell’attuale situazione politica negli Stati Uniti?

Romero: Penso sia spaventosa! Fa più paura dei miei film. Ti dico questo.

Brock: Sì, penso d’essere d’accordo con te: adesso abbiamo delle idee infuriate sul fatto che si metta i pedi in testa alla gente alle convenzioni di Ron Paul. Come sai, è abbastanza folle. Devi perdonarmi- sono un liberale.

Romero: Vai pure avanti!

Brock: La parola “liberale” ora sembra quasi sporca. È stata trasformata in “progressista”. Ma cosa diavolo significa? Non so cosa sia un progressista! Io sono liberale come John Kennedy, voglio il meglio per tutti. Il denaro è solo un mezzo per un fine, non pensi?

Romero: Sì, lo so. Solo un modo per realizzare delle cose.

Brock: Quindi cosa ti preoccupa di più dell’attuale clima politico?

Romero: Bene, penso che la gente stia solo reagendo. È una profonda, istintiva reazione. Non c’è stato abbastanza tempo per far realmente sviluppare qualcosa. Io spero che alcune di queste idee radicalmente conservatrici si plachino.

Brock: Sono d’accordo con te. Penso che Barack stia facendo un buon lavoro attualmente. Ha alcuni enormi ostacoli da superare, la resistenza e cose simili ma, come tu sai, cosa puoi farci? Non puoi vincere su tutti…

Romero: Giusto. Anche se penso dovrebbe imporsi un po’ di più.

Brock: Sono d’accordo con te.

Romero: Se lui avesse aperto la bocca qualche volta e solo replicato una volta ogni tanto! Credo che avrebbe meglio.

Brock: Capisco cosa tu intenda. Penso che tutto il mondo andrebbe meglio se lo avesse fatto, a essere onesto!

Romero: Sì! (risate)

Brock: Passiamo ora al tuo lavoro. Ho una domanda riguardo a una cosa che m’incuriosisce: ho letto in diverse parti che La notte dei morti viventi è stata influenzata da Io sono leggenda di Matheson. È vero?

Romero: Sì, assolutamente. Voglio dire, sono stato profondamente ispirato da questo libro. Ho scritto un racconto breve dove esploravo queste idee. Sapevo di non poter utilizzare dei vampiri, perché lo aveva già fatto Matheson, così ho dovuto inventare un nuovo tipo di mostro…Non li ho mai chiamato “zombie”, i miei ragazzi erano i “vicini”, gente che conosci e a cui tieni. Essenzialmente le regole erano cambiate ed erano diventati dei morti viventi. Così pensavo di aver creato qualcosa di nuovo, ma tutti da allora li hanno definiti “zombie”, così adesso lo sono, anche se non posso che necessariamente debbano essere chiamati in questo modo, perché gli zombie non sono morti, mentre i miei ragazzi lo erano senza dubbio!

Brock: Interessante il fatto che tu abbia anticipato un’altra mia domanda. Attualmente essi sono entrambe le cose! Hai mai pubblicato il racconto breve che avevi scritto?

Romero: Mai.

Brock: No? Mi sorprende…

Romero: No, non l’ho fatto. Voglio dire, era un racconto breve e non ho mai provato a pubblicarlo. Abbiamo preso una parte di esso per il film, io e un mio amico, Jack Russo, con cui ho scritto la sceneggiatura.

Brock: So che hai scritto un altro racconto breve. Scrivi anche romanzi?

Romero: Vorrei scrivere un romanzo, ma non ho mai pubblicato nulla. Come sai, io lavoro ancora, faccio film, perciò è difficile trovare il tempo di sedermi e concentrarmi per scrivere un libro. Così quando avrò un paio di settimane libere potrò dilettarmi in questa impresa, ma non ho mai veramente il tempo di occuparmene con tutta l’energia necessaria.

Brock: è un peccato, perché ammiro le tue sceneggiature…

Romero: Ti ringrazio, ma è così…Penso che si debba fare una scelta.

Brock: Giusto.

Romero: E per me i film sono troppo divertenti! Voglio dire, sono cresciuto desiderando fare film per tutta la vita e sono stato abbastanza fortunato di essere ancora capace di farne così, come sai, ho deciso di continuare a farne finché giungerà il giorno in cui nessuno mi chiederà più di girare film. Allora penso sarò in grado di sedermi e concentrarmi per scrivere seriamente un libro.

Brock: Interessante. Hai detto che sei stato molto prudente a non usare od usare troppo la parola “zombie”. Penso che sia interessante il fatto che tu abbia sempre dato una “parte umana” nelle persone morte dei tuoi film, arrivando a creare un personaggi importanti come Bub nel Giorno degli zombi (Day of the Dead). Come si collega con il tuo pensiero personale riguardo l’elemento spirituale nel mito degli zombie? In un certo modo sono ancora umani?

Romero: Non credo che ci sia niente che abbia a che fare con la spiritualità. Semplicemente simpatizzo con quelle “creature”. Voglio dire, essi sono noi dopo che siamo morti. E penso che alcune persone abbiano fatto troppe connessioni tra la vita nell’oltretomba, o qualche specie di spiritualità, con il fenomeno che ho descritto. Per me si tratta semplicemente di un disastro naturale. Mi dispiace per loro come per gli animali selvatici che devono affrontare cose a cui non sono preparati. Non sto cercando di mandare alcuna sorta di messaggio sull’oltretomba o qualcosa di simile.

Brock: Interessante.

Romero: Le mie storie parlano essenzialmente di persone, riguardano gli umani e come reagiscono stupidamente alle situazioni. E gli zombie sono un disastro. Potrebbe essere qualsiasi cosa, potrebbe essere un uragano o uno tsunami. Si tratta semplicemente di qualcosa che provoca il ribaltamento delle regole del gioco e che la gente rifiuta di accettare. Cercano di continuare con le loro abitudini e di pensare che la vita continui come sempre. Ed io penso che sia ciò che sfortunatamente ci accade nel mondo reale. Voglio dire, noi vogliamo che tutto continui così come è sempre stato. Vogliamo un lavoro, pensiamo di meritare una certa somma di denaro e questo è il modo in cui noi vorremmo andassero le cose. Ci arrabbiamo se non succede. E non ci accorgiamo che stanno accadendo delle cose enormi, degli enormi cambiamenti nel mondo che potrebbero mutare la vita così come la conosciamo e che dovremmo collaborare e provare a lavorare insieme. Dobbiamo unirci per abbattere i nostri ostacoli. Se vogliamo una bella vita, la dobbiamo costruire per noi stessi, non pretendere che ci sia dovuta.

Brock: L’hai esposto bene e io sono d’accordo. Cosa pensi della violenza nei film? Pensi che sia necessario sottolineare il fatto che noi siamo ancora solo umani che provano a far del loro meglio per combattere contro ciò che non va nel cosmo?

Romero: Questo è come la vedo. So che molte persone considerano la violenza nei miei film gratuita, ma io devo dire che i miei film, in qualche nodo, sono come dei fumetti, cioè hanno una violenza simile a quella in un cartone animato come Willy il Coyote e Beep. È questo tipo di violenza. So che a molti non piace, ma questa è una mia caratteristica come regista.

Brock: Giusto.

Romero: Così ti può piacere o meno. E se non ti piace, non andarlo a vedere.

Brock: Sono d’accordo. Non penso che sia gratuita. Penso sia necessaria. Soprattutto in film come Zombi (Dawn of the Dead) che va oltre i confini, e anche nella Notte dei morti viventi. Sono stato però particolarmente colpito da Zombi che porrei tra i più grandi film degli anni Settanta, come Taxi Driver.

Romero: Wow! (risate)

Brock: Personalmente penso che Zombi sia uno dei migliori film mai realizzati dal cinema americano.

Romero: Wow! Wow! Questo è segno di una grande fiducia e ti ringrazio.

Brock (risate): Non c’è bisogno di ringraziarmi! Ma…poiché c’è qualcosa di europeo in esso, forse è ascrivibile all'ambiente in cui è stato scritto…Mi sembra di aver letto che tu l’abbia scritto a Roma con Dario Argento, giusto?

Romero: Sì.

Brock: Anche la colonna sonora dei Goblin gli ha dato una certa atmosfera. Penso che abbia una sensibilità europea, ma l’ansietà americana.

Romero: Bene, è un bel modo di descriverlo, penso…penso che il taglio che ha operato Dario sia però qualcosa di più. Non so…è una martellata in testa. Ha tagliato tutto l’umorismo. Lui ed io siamo grandi amici e abbiamo spesso parlato di questo. Penso che abbia tolto troppo dell’umorismo che c’era in esso, che fa parte invece dell’humor tipicamente americano. Cioè la capacità di ridere quando le cose sono senza senso.
Brock: I personaggi si ritrovano in situazione strane e difficili. Credo che l’humor sia necessario per aggiungere una zavorra emozionale agli intensi traumi delle circostanze.

Romero: Bene, mi fa piacere sentirti dire questo, si tratta di situazioni assurde. E voglio dire che non si devono interpretare letteralmente…Molta gente ora sta scrivendo su quando avverrà un'eventuale apocalisse di zombie e cosa accadrà, e io sono qui a dirti che questo non accadrà, non prenderlo seriamente, perché è ridicolo.

Brock: Penso che abbia a che fare col clima da fine secolo che la gente prova in ritardo, tutto ciò che ricorda l'imminente apocalisse e cose simili. L'idea dell'assurdo è interessante da analizzare: mi piace Ionesco e Beckett e scrittori come Ballard e Burroughs. Essi non vogliono essere presi seriamente.

Romero: No, esattamente. Questo è il punto. A volte devi esagerare ed essere un po' ridicolo se vuoi che la tua idea risalti.

Brock: Giusto. Apprezzo il tuo candore in questa cosa (…) Vorrei chiederti alcune cose. Come ho detto, penso che la versione americana di Zombi sia la migliore, anche se apprezzo entrambe per motivi differenti.

Romero: Anch'io, anch'io. Mi piace l'altra versione e capisco la sua viscerale dinamica. Ma questo, non saprei, non è veramente un mio film. Non è esattamente la mia visione. Preferisco non prendere le cose così sul serio. (…)

Brock: Così tu hai effettivamente girato il finale di Zombi? Dove Fran si suicida?

Romero: Noi non avevamo bisogno di girare di più di questo...La semplice risposta è “sì”! (risate) Noi abbiamo girato lo sparo di Peter con la pistola alla testa e questo sarebbe stato l'ultimo colpo. Avremmo tagliato il suon della pistola.  Abbiamo girato anche di più, ma alla fine decidemmo di non farlo. E abbiamo girato la scena di Fran che esce dall'elicottero e si mette in punta di piedi per, teoricamente, infilare la testa tra le pale. E ancora lo abbiamo tagliato. Quindi ho girato entrambe le scene, ma durante le riprese del film (…) era come se avessi un piccolo elfo, o un goblin, sulla mia spalla che mi diceva: “Lo sai che questo è il sequel della Notte dei morti viventi, sebbene dieci anni dopo.”. E l'ho considerato in questo modo. Poi c'era un goblin che mi diceva: “Ma questo è un sequel, perciò deve essere tragico...tutti devono morire” e cose simili. Ed era durante la lavorazione del film che io ho detto: “Aspetta un attimo. È ancora oscuro.” In altre parole, se è un contagio e il mondo è ancora in difficoltà questo è già un finale oscuro...Comunque io amo questo paio di persone. Posso salvarli, soprattutto se noi non sappiamo cosa accadrà e il futuro sembra triste; posso certamente salvarli per il momento. Così mi è accaduto qualcosa di simile durante le riprese ed è quello che ho deciso di fare alla fine.

Brock: Interessante. Mi piace il tipo disgiunto di narrativa che tu hai nei primi tre film e la tua tendenza a non collegarli tramite un personaggio, bensì tramite una circostanza. Penso che sia la stessa idea del romanzo postmoderno, cioè il fatto di prendere un insieme di concetti e idee degli spettatori ed estenderli in modo universale.

Romero: Sì, è divertente. Penso sia accaduto casualmente, perché il secondo film è stato realizzato molto dopo il primo, perciò il pubblico non ricordava bene i concetti del film precedente. In altre parole, mi sono detto “Ok, è lo stesso fenomeno, ma dobbiamo ambientarlo un po' più tardi e lo faremo, riprendendo giusto un pezzo della storia precedente, abbastanza per farti capire cosa sia accaduto nel caso tu non abbia visto il primo film”. E così abbiamo fatto. È la terza volta ho detto: “Bene, fai la stessa dannata cosa.” (…) Penso che sia stato davvero casuale...Quindi è stato solo con Le cronache dei morti viventi che ho voluto partire da un concetto sviluppato, fare un film sul giornalismo e i nuovi media e ho detto: “Bene, qui funziona.” La mia idea era quella di mostrare degli studenti che girano un film amatoriale la prima notte quando giungono gli zombie e mi sono detto: “Tornerò indietro alla prima notte” ...ed è stato questo a guidarmi. È interessante l'osservazione che hai fatto, perché sono orgoglioso di aver realizzato una serie di film che non è unica nella forma. Voglio dire: James Bond è protagonista di una serie di film dagli anni Cinquanta e non è ancora invecchiato. Sono cambiati gli attori, ma è sempre James Bond. (…) Però mi piace l'idea di poter raccontare una storia nel corso degli anni senza riferirsi agli stessi personaggi o alla stessa epoca (…) si tratta di una progressione narrativa.

Brock: La definirei una “narrativa prismatica”, perché è come un prisma, prende un'unica idea e la fa esplodere. Questo è realmente un approccio provocante e realistico.

Romero: Grazie. Cerco di rendere le cose interessanti.

Brock: Questo mi fa pensare un po' a Wampyr (Martin). È un film abbastanza serio come lo è il modo in cui hai trattato il folklore del vampiro. Come lo consideri a posteriori? Pensi che sia riuscito?
Romero: Sì, è il film che preferisco tra tutti i miei. Penso di essere riuscito sia come sceneggiatore che come regista e rimane il mio film favorito. E lo abbiamo realizzato con un gruppo di giovani (…), tutti erano molto collaborativi e Jon Amplas è stato meraviglioso.

Brock: Sì, è molto bravo e anche Tom Savini. Non è stata la prima volta che hai lavorato con Tom. Ho letto che era stato coinvolto anche in La notte dei morti viventi, prima che partisse per il Vietnam. È vero?

Romero: Non è vero. È stato coinvolto in un film precedente che non aveva nulla a che fare con La notte dei morti viventi; era un giovane ragazzo che amavo come attore. L'ho incontrato mentre stavamo provando a realizzare il cast di un piccolo film di teenager. Così giravo per le scuole e guardavo le rappresentazioni teatrali scolastiche. E ho visto Tom e volevo che facesse una parte per un film che stavamo per girare. Tutto è andato a monte, non abbiamo mai avuto i soldi per girarlo. Ho perso di vista Tom. Quando tornò (dal Vietnam) era proprio il periodo in cui eravamo pronti per girare Wampyr. Nel frattempo aveva preso parte a un paio di film. Quindi abbiamo veramente lavorato insieme in Wampyr; non solo si è occupato degli effetti speciali, ma è stato anche un attore.

Brock: Sì, lo è stato. È stato molto sottovalutato. Era molto bravo. (…) Come vedi la tendenza di rifare molti di questi film? Come per esempio L’alba dei morti viventi…pensi sia una buona tendenza?

Romero: Non è facile avere un’opinione su questo perché non penso che sia sempre un male. Penso solo che spesso vengono rifatti film per ragioni sbagliate. Come il rifacimento di uno dei miei film, La città verrà distrutta all’alba…

Brock: Sì.

Romero: … non si è avuta attenzione per l’elemento politico in questo film. Qualcuno ha detto, “bene, questo è un altro vecchio film che noi possiamo acquistare a basso costo rifarlo”. (…) Hanno trasformato i folli in zombie e hanno rifatto un altro 28 giorni dopo! Peso che Breck Eisner abbia fatto un buon lavoro con questo film, ma penso che sia stato… fuorviato. Ci sono stati periodi in cui penso si poteva fare una cosa simile e avere successo. (…) C’è uno dei miei vecchi film, La stagione della strega, che avrei voluto rifare solo perché non penso di aver fatto un lavoro abbastanza buono, perché non avevo abbastanza denaro. Anni fa stavo per realizzare un rifacimento di Profondo rosso di Dario Argento, ma ci fu un malinteso col fratello di Dario, Claudio. Lui mi chiamò e disse: “Vorresti rifare Profondo Rosso? Sto pensando che potresti rifarlo e togliere quello che c’è di teatrale in esso, facendone un lineare thriller hitchcockiano.” Io dissi di essere interessato. Ma allora pensavo che Dario fosse coinvolto, ma non lo era, e quando lo capii dissi di scordarselo. (…) E ho parlato con alcune persone che volevano rifare Children Shouldn't Play with Dead Things, anch’io sarei interessato, ma non so se verrà mai rifatto. (…) Non penso che si possa dire automaticamente che un rifacimento sia terribile. Molti lo sono, ma spesso perché i motivi dei rifacimenti sono terribili. Nessuno si accosta seriamente all’idea di rifare un film per migliorarlo, o perché adesso noi possiamo realizzarli meglio perché abbiamo gli effetti digitali. Non è mai questo l’approccio. Solitamente si dice solo “Qui c’è un grande vecchio titolo come Halloween. Noi possiamo farci ancora molti soldi”. (…) Questo è disturbante, ma non penso che automaticamente si possa dire che tutti i rifacimenti siano pessimi.

Brock: Sono d’accordo, penso che sia queste le intenzioni dietro di essi. Ammetto di avere un rapporto conflittuale con la tendenza ai remake e ai sequel che affligge il pensiero hollywoodiano. Qual è il tuo film preferito dopo Wampyr e quali sono i film che hai realizzato che però non sono riusciti interamente come ti aspettavi? Ne hai menzionato un paio, cosa pensi avresti potuto migliorare? (…)

Romero: (…) Ce ne sono due, There’s Always Vanilla e La stagione della strega, i due film che ho fatto dopo La notte dei morti viventi. Non avevamo abbastanza soldi, eravamo dei registi audaci che provavano a fare del loro meglio con delle risorse limitate e non avremmo dovuto tentare di fare film che fossero “seri”…non saprei come descriverli…

Brock: Ambiziosi? (…)

Romero: Sì, sì buona definizione. E questi sono quelli che meno mi piacciono. E dopo Wampyr, i miei preferiti sono Knightriders e un filmetto chiamato Bruiser che amo veramente e che nessuno ha visto. Questi sono i miei preferiti e nessuno di questi è un film di zombie! Tra i film di zombie preferisco probabilmente Il giorno degli zombi…non so se sia il migliore, ma rimane il mio preferito.

Brock: Il giorno degli zombi è fantastico. Devo dirti che l’ho visto in un teatro quando è uscito. C’eravamo solo io e un ragazzo di colore in tutto l’auditorium e questo era un peccato. L’hanno visto in pochi. Penso fosse grande. Joe Pilato era eccellente. Tutti gli attori erano molto bravi.

Romero: (…) Sai cos’è accaduto a questo film, immediatamente ci fu un ragazzo che scrisse la più pungente recensione su questo film che mai abbia letto. E tre anni dopo (…) si scusò per quella recensione. (…) Non voglio fare lo stesso film in continuazione. I fan vorrebbero sempre lo stesso film, forse è colpa della mentalità televisiva. La gente guarda CSI: Miami ogni settimana per vedere esattamente sempre lo stesso spettacolo! Io provo sempre a fare qualcosa di differente, mentre alcuni fan vorrebbero che fosse uguale all’ultimo. Quando uscì Survival of the Dead non fu capito. Ma ora, quando incontro i fan alle convention, mi dicono che a loro piace. C’è voluto del tempo, ma ora Survival of the Dead sta diventando uno dei preferiti dai fan. Spesso ci vuole del tempo perché il mio lavoro venga capito, non so quando, perché e come. (…)

Brock: Penso che un fenomeno simile sia accaduto a Carpenter con La cosa.

Romero: Oh, sì!

Brock: Sai che quel film purtroppo fu subito un fiasco, ma è veramente uno dei suoi migliori film, penso. O forse uno dei suoi meglio realizzati film.

Romero: Credo che lo sia proprio. Ma sai che in quel caso non era completamente colpa dei fan. Era un film della Universal, la produzione alla fine non lo amò. Non lo supportarono e credevano fosse orribile. Quella fu l’occasione in cui conobbi John; dopo aver visto La cosa al teatro.  Gli avevo scritto una lettera, dopo aver letto un paio di orribili recensioni. Scrissi a John, attraverso il suo agente, dicendogli: “John, tieni duro, perché è davvero grande.” Così ci siamo incontrati e sai che siamo ancora amici. Non ho visto il suo ultimo film, The Ward, ma tifo ancora per il ragazzo.

Brock: Interessante. (…) Vorrei chiederti qualcosa su un altro film. Cosa pensi di Il ritorno dei morti viventi di Dan O’Bannon?

Romero: L’ho odiato. (…)

Brock: (…) Cos’è che non ti è piaciuto?

Romero: (…) Penso solo che fosse… ridicolo! Troppo comico. Lo sai che i miei zombie non parlano, non possono farlo. Sono troppo deboli per scavarsi una via per uscire dalle loro tombe. E avevo delle ragioni completamente divere per usare quelle creature. Comunque, ho odiato l’uso che ne è stato fatto. E con questo non voglio dire che non mi piacciono le parodie del genere, perché amo L’alba dei morti dementi (…). Penso solo che Il ritorno dei morti viventi speculasse sulla moda del momento. Comprarono il titolo da un mio collega, Jack Russo, che aveva scritto un romanzo chiamato Il ritorno dei morti viventi. Lo comprarono e promisero di coinvolgerlo e di usare una sua sceneggiatura. Ma alla fine volevano comprare solo il titolo, ed è quello che hanno fatto, penso che l’abbiano cestinato.

Brock: Ok… è un vero peccato. Lavori ancora con Russo?

Romero: Oh, ci vediamo qualche volta. Non lavoriamo insieme da anni, ma ci vediamo spesso. C’è un progetto in ballo che vorremmo realizzare insieme. Senti, Jack è uno dei miei più vecchi e cari amici, ma non è per questo che penso male di Il ritorno dei morti viventi.

Brock: Capisco, hai sicuramente detto quello che pensavi e lo apprezzo. Riguardo a questo progetto con Russo, pensi che verrà mai realizzato?

Romero: Non so…dipende…lo sai che in questo momento i zombie vanno molto.

Brock: Certamente.

Romero: Stavamo semplicemente insieme e ci siamo detti “perché non tirare fuori qualcosa da questo?”. , a sarò sincero. Non posso dirti se accadrà mai…non so… (…)

Brock: Ti capisco. Ti è piaciuto Benvenuti a Zombieland?

Romero: (…) Credo che ci fosse qualche dialogo interessante in esso. Non posso dire che mi sia piaciuto. Come al solito ho un’idea particolare di queste cose, nella mia mentre gli zombie sono-comunque i miei zombie- qualcosa di orribile che accade nel mondo. E come ho detto le mie storie sono incentrate di più sugli esseri umani e le loro reazioni a questo fenomeno. Ho un punto di vista completamente diverso rispetto a questi ragazzi. Mi diverto molto a immaginare vari modi per uccidere gli zombie. E ora posso fare cose molto più ingegnose grazie alla computer grafica. (…) Ma non è questo il fulcro dei miei film, mentre mi sembra lo sia per questo film.

Brock: Sarò onesto con te, visto che tu lo sei stato con me. Ho odiato Benvenuti a Zombieland. Era un film orribile. Voglio dire, mi piace Woody Harrelson, penso sia un buon attore. Ma era come se non funzionasse per. Non saprei… eppure è stato un grande successo! Questo mi ha stupito.
Romero: Bene, lo sai perché? È una cosa sorprendente. È l’unico film di zombie che abbia davvero sbancato i botteghini. L’unico. Per questo dico che i video games hanno reso le convenzioni sugli zombie più popolari dei film. (…) Questo un po’ mi disturba, perché ora gli zombie possono essere qualsiasi cosa. Questi non sono i miei zombie, come sai. I miei continueranno a trascinarsi e a muoversi lenti come la morte. Forse tornerò con un ultimo film su di loro.

Brock: Pensi di aver realizzato tutto quello che ti proponevi da più giovane? La tua carriera ha preso delle svolte inaspettate (…), perciò pensi che la tua carriera sia così come te l’aspettavi?

Romero: Mi hai fatto una domanda difficile! (…) Sono estremamente soddisfatto. Sono stato benedetto, ho avuto molta fortuna. Mi sono accadute cose sorprendenti. Ho settant’anni e faccio ancora film e soldi, quindi come può dispiacermi questa cosa? D’altra parte, quando decidi di voler fare il regista non pensi “vorrei girare dei film horror”, ma solo “vorrei girare dei film”. E sai che ci sono film nella mia testa che non girerò mai, anche se mi piacerebbe. (..) Qualcuno potrebbe dire “cos’ha quel tipo da lamentarsi?” Come accadde a Stephen King, che scrisse un paio di romanzi sui rimpianti di un romanziere di successo e tutti gli dicevano: “Cosa diavolo ha da lamentarsi?” Quindi sono sicuro che la gente direbbe la stessa cosa di me e io non mi lamento. (…) Ho avuto una vita meravigliosa e continuo ad averla. Sicuramente ci sono state delle cose che avrei voluto fare e non ho potuto (…) e probabilmente non potrò mai fare. Quindi forse quando finalmente poserò la macchina da presa, proverò seriamente a scrivere un romanzo o due…forse accadrà una cosa simile. Il fatto è che ho ancora molte speranze che potrebbero realizzarsi e penso sia questo il segreto della longevità. Lo sai, è come quando John Huston diresse il suo ultimo film su una sedia a rotelle e attaccato a un respiratore. Probabilmente farò la stessa dannata cosa!














giovedì 28 marzo 2013

Secreta, segreti pittorici e secrezioni sonore: Alessandro Fantini in mostra nel borgo medioevale di Atessa


 
“Nessun luogo è senza Genio”, erano soliti ripetere gli antichi. Un’affermazione che ben si addice agli spazi plasmati dall’ingegno umano che hanno saputo tener testa alle ingiurie del tempo, opponendovi la forza di quel soffio vitale sconosciuto agli stessi artefici che ve lo infusero attraverso il marchio emotivo delle loro esistenze. Come quei microrganismi che, imprigionati per migliaia di anni in stato d’ibernazione all’interno di cristalli salini, si riprodussero una volta tornati a contatto con l’ambiente esterno, allo stesso modo le memorie, le vibrazioni, l’atmosfera morale dell’epoca in cui il “Genius loci”, l’anima del luogo, proliferò nelle stanze e negli interstizi delle mura, si ridestano non appena l’aura dei primi visitatori di quell’organismo architettonico ne stimola le invisibili terminazioni nervose.

Con l’evento speciale intitolato “SECRETA” ospitato all’interno della galleria di tufo dell’Ostello il Castello, palazzo che dal 1565 si affaccia sull’omonimo Largo nel borgo medioevale di Atessa, l’artista “multimedianico” Alessandro Fantini, dopo le collettive di Londra, Roma e Los Angeles, torna a esporre nel suo paese nativo, proponendo una selezione di dipinti ad olio strutturata, per l’appunto, intorno al tema delle implicazioni emotive della sfera urbanistico-ambientale dell’uomo contemporaneo, con particolare riguardo a quella sempre più convulsa e inquieta del territorio locale.

Ad evocare il “genio del luogo” saranno dunque “segreti pittorici e secrezioni sonore”, ossia i quadri e le musiche elettroniche di sottofondo composte dallo stesso artista, elementi estetici che dal 28 al 30 Marzo faranno da reagenti in un esperimento collettivo di “alchimia spirituale”, nella cornice atemporale dell’antica dimora che da poche settimane ha riaperto le sue sale al pubblico dopo un lungo periodo di restauro, e che con questo evento inaugura ufficialmente la sua nutrita agenda di appuntamenti culturali.

lunedì 21 gennaio 2013

L'ARTE DI AFAN: ALESSANDRO FANTINI IN MOSTRA IN CALIFORNIA

Dopo aver esposto la tela “I ditirambi del Permafrost” all’interno della collettiva internazionale “Green Blood” allestita l’estate scorsa a Roma dalla Dorothy Circus Gallery diretta da Alexandra Mazzanti, dal prossimo 26 gennaio l’artista “multimedianico” AFAN alias Alessandro Fantini, nativo di Atessa in provincia di Chieti, attivo da tempo come film maker, pittore, scrittore e compositore, parteciperà con una nuova opera ad olio al progetto “Painted Sound” curato dalla Mazzanti e dall’artista Ixie Darkonn che fino al 28 febbraio vedrà riuniti sotto l’insegna della “musica per immagini” pittori e scultori provenienti da quasi tutti gli angoli del globo negli spazi della Flower Pepper Gallery di Pasadena, in California. Per l’evento ciascun artista è stato invitato a scegliere una canzone e a fornirne un’interpretazione emotiva, più che strettamente pittorica o illustrativa, attraverso i medium della pittura e della scultura polimaterica, in grado di metterne il risalto il portato emozionale e pre-verbale, così da attribuire una connotazione del tutto originale e personale alla preferenza assegnata al brano selezionato.
Nel caso della composizione proposta da AFAN, un dipinto di 50x70 cm dal titolo “Je ne sais quoi” , la struggente canzone “Song to the siren” scritta da Tim Buckley nel 1968 nella versione cantata da Elizabeth Fraser ed eseguita alla chitarra da Robin Guthrie quindici anni dopo per l’album “It’ll end in tears” dei “This Mortal Coil”, si offre quale “impalpabile emulsione empatica da raffinare nell’alambicco di quelle vibrazioni prerazionali che da anni rappresentano la linfa delle mie visioni pittoriche, letterarie e videografiche”.
“Se la Musica è il puro movimento del pensiero, come scrisse una volta Schopenhauer” continua AFAN nel testo contenuto nel catalogo della mostra pubblicato dalla prestigiosa casa editrice PRIMAMUSA “allora la pittura potrebbe essere definita la cristallizzazione delle emozioni alimentate da quel movimento. Penso che immergersi nell’abisso dell’anima verso gli oscuri e frementi misteri che vi sono nascosti, come il testo della canzone sembra suggerire, significhi in qualche modo raggiungere l’altezza segreta dei nostri più umani sentimenti”.
A riaffermare la simultaneità d’ispirazione, immagine e movimento alla base della sua metodologia creativa, per l’occasione AFAN ha anche realizzato un’animazione del quadro sulle note della prima strofa della canzone.




Il sito ufficiale di PAINTED SOUND: http://paintedsoundshow.jimdo.com/

mercoledì 9 gennaio 2013

L'ABISSO VORRÀ GUARDARE: L'OSCURITÀ DELL'INCONSCIO SECONDO ALESSANDRO FANTINI



Leandra si è trasferita da due mesi nel piccolo paese di Gemiano insieme alla madre, ma non è ancora riuscita ad ambientarsi alla monotona quanto angosciante vita di provincia, nonostante aver stretto amicizia con le nuove compagne di classe sedicenni appassionate di tatuaggi, piercing, telefonini e social networks.

Samuele lavora nel negozio di ferramenta del padre senza nutrire alcuna ambizione per il suo scialbo futuro, e alterna le sue giornate da ventenne neodiplomato tra puntate al bar, scorribande con i coetanei modaioli e lunghi pomeriggi passati chattando su Facebook.

Alfredo è stato per un decennio uno stimato dottore commercialista fin quando il coinvolgimento in un traffico internazionale di auto rubate non ne ha oscurato la carriera, esacerbando la sua crescente fobia sociale e portando ad uno stadio patologico la sua incapacità ad avere rapporti con le donne.

Jessica ha da sempre sognato una carriera da modella e attrice di teatro ma, quando sua madre insisterà nell’affidarla alle cure di un’influente figura istituzionale che è solita trascorrere le sue vacanze estemporanee nella nativa Gemiano, sarà costretta a mentire a se stessa e a desiderare di soffocare i suoi sogni pur di scampare all’incubo che dovrebbe alimentarli.



Nel corso di una notte, la solitudine endemica che infesta le strade di Gemiano trascinerà ciascuno di loro verso un’inimmaginabile “reunion” tra le mura dell’antico palazzo Demetriani, abbandonato da decenni all’incuria del tempo e all’indifferenza degli amministratori locali. In questo scenario da tregenda altri insospettabili personaggi convergeranno per insabbiare la verità che, dal fondo dell’Abisso, tornerà a guardare attraverso gli occhi di un’entità riaffiorata dalla macerazione dei corpi e dei sentimenti messi all’incanto da una società vuota e putrescente come la cisterna interrata dell’antico palazzo.

Ammiccando alla narrativa gotica di Arthur Machen e al romanzo di critica sociale di Pasolini, in questo primo volume Alessandro Fantini introduce i personaggi e le vicende salienti che fanno da lievito alla vertiginosa catena di eventi il cui germe, scaturito dalle viscere di un’anonima cittadina di confine incagliata tra la campagna e l’industria, è destinato a propagarsi come uno sciame biblico all’intera compagine umana.

Il secondo volume sarà disponibile on line entro la prima metà del 2013.

Versione ebook disponibile su:

martedì 8 gennaio 2013

IL MONDO METASIMBOLICO DI SANDRA DI MARCANTONIO

Segnalo questo suggestivo video delle opere metasimboliche di Sandra Di Marcantonio, un'artista già intervistata su Gotico Visionaria (http://goticovisionaria.blogspot.it/2010/10/metasimbolismo-i-mondi-archetipici-di.html)

sabato 27 ottobre 2012

BENEDETTO FELLIN: CULTURE E VISIONI DAL MONDO.



Benedetto Fellin è nato nel 1956 a Merano (Sud Tirolo) e ha studiato all'Accademia delle Belle Arti di Vienna col professor Rudolf Hausner. Ha ricevuto riconoscimenti pubblici come il Promotional Price Hausner nel 1979, il Friends Academy Award nel 1983 e il Theodor-Körner Prize nel 1984.
Fellin ha intrapreso viaggi a scopo di studio in Asia, Africa e Centro-America che hanno influenzato i temi della sua pittura. I suoi lavori sono stati esposti a Vienna, Innsbruck, Kiel, Monaco, Tokyo, Bangkok e Città del Messico. I suoi quadri sono esposti in numerose collezioni private nell'Austrian Gallery Belvedere, nel Ferdinandeum di Innsbruck e nel Museo di Reinhold Messner in Sud Tirolo. L'arte di Benedetto Fellin è una speciale forma di arte figurativa, in cui lo spettatore incontra dei mondi fantastici che rappresentano i caratteri reali di genti, culture e paesaggi uniti da significative correlazioni. L'artista vive e lavora a Vienna e in Ungheria


Quanto sono importanti i viaggi per la tua arte?
Prima dei 21 anni il mio primo viaggio nell'Oriente fu in Nepal. Pensavo che per me fosse sufficiente viaggiare nel mio “Mondo Interiore” con l'aiuto della meditazione. Ma negli anni seguenti ho intrapreso diversi viaggi in India, Tailandia, Birmania, Cambogia, Laos, Colombia, Messico e Kenya. Questi viaggi hanno allargato l'orizzonte dei miei motivi figurativi.

Sei interessato all'antropologia e all'etnologia?
L'importanza dell'etnologia e dell'antropologia nella storia del genere umano è un significativo passo in avanti e ci ha portato la conoscenza di altre culture e stili di vita. Questo interesse si riflette nei miei quadri. Dentro me c'è il desiderio di scandagliare l'origine della nostra esistenza ancora e ancora, e di anticiparlo.

Cos'è l'Arte Visionaria per te?
Soddisfa la necessità di visualizzare il mio mondo spirituale attraverso i miei quadri.

Quali sono i tuoi artisti preferiti?
In gioventù i maestri del Rinascimento, con i loro bellissimi panneggi e gli ampi paesaggi negli sfondi, mi affascinavano. A 14 anni ho scoperto il lavoro apocalittico di Hieronimus Bosch e il mondo folle di Salvador Dalì, René Magritte e Max Ernst. Poco tempo dopo in Austria, divennero famosi alcuni artisti del Realismo Fantastico da cui fui particolarmente impressionato, come Ernst Fuchs, Arik Brauer e Rudolf Hausner. Di conseguenza essi furono i miei maestri.

Com'è possibile rendere innovativa l'arte figurativa?
Usando la tradizione pittorica degli antichi maestri. In modo da esprimere i sentimenti del presente in modo più preciso, questa tecnica dà origine a nuove forme e, in caso di successo, scaturiscono da queste immagini scene particolari e senza precedenti.

Qual è la funzione del colore nella tua arte?
Ho studio il misticismo cromatico del Medioevo, ma ho anche ricercato l'effetto complementario che mi serve per accrescere la tensione della composizione.

Ti consideri un cosmopolita?
Sì, molto. Io considero la mia arte come un tentativo di costruire ponti tra culture. Da una parte il mio stile pittorico e profondamente radicato nella cultura occidentale, dall'altro l'eredità spirituale dell'Asia ha costituito la fonte della mia ispirazione. Solo successivamente ho attinto alle tradizioni dell'Africa e dell'America Latina.


È stato difficile ritagliarti un tuo spazio nel mercato dell'arte?

Da quando le gallerie espongono raramente l'arte fantastica e mistica, o il realismo magico, è difficile raggiungere il pubblico. Non è nella mia mentalità ricercare il successo rapido inseguendo le più recenti tendenze artistiche, in modo da soddisfare il sensazionalismo e l'intrattenimento delle masse.

Qual è la tua tecnica preferita?
Ho imparato la tecnica mista (tempera a uovo con pittura a olio). Successivamente ho imparato la pittura acrilica nella maggior parte della pittura di sfondo, prima di terminare l'immagine con l'olio.




Il sito di Benedetto Fellin











giovedì 18 ottobre 2012

Vomanonews: Nasce l’associazione culturale “Dedalus”



vomanonews: Nasce l’associazione culturale “Dedalus”: Sabato 20 ottobre alle ore 18, festa di tesseramento dell’associazione culturale “Dedalus Studi”, nella sede di Via Irelli 33 a Teramo...