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domenica 26 ottobre 2014

LE VISIONI INFERNALI DI DANIELE VALERIANI.


Daniele Valeriani è nato a Roma nel 1974.
I temi della sua arte riguardano soprattutto le meraviglie della natura e la fantascienza.
I suoi punti di riferimento sono artisti come H.R. Giger, Beksinski, Bosch, Dali, Haeckel, Arrivabene.
La sua arte può essere definita come surreale, onirica, infernale e futuristica, utilizza gli strumenti digitali con software come Zbrush e Photoshop.
Ha creato opere per band musicali note, tra cui Dark Funeral, Dissection, Electric Hellfire Club, Bulldozer, Acheron, Alien Vampires, Mysticum, Acheron e Bulldozer.


Come nasce il tuo amore per l'arte?
Osservando ciò che mi circonda o attingendo dalle mie fantasie e dai miei sogni, gli artisti sono dei romantici per definizione, anche se con molte perversioni , il mio amore per l’arte nasce così spontaneo da sempre..sin dalla tenera età ho preso in mano una matita e disegnavo per gran parte del mio tempo, era il mio rifugio e lo è tuttora. Senz'altro mio padre mi ha indirizzato a guardare le cose con occhi diversi, il suo amore per la pittura e per la natura è stato determinante..in casa avevo libri di Dalì e Bosch tra i tanti e li leggevo avidamente rapito da quelle immagini, al contempo sempre per gli studi e passioni di mio padre, mi sono interessato al mondo degli insetti, degli animali, delle piante e dei minerali…ricordavo i loro nomi in latino già alle elementari tanto erano costanti le mie letture sin da piccolo su questi argomenti. I libri di una trentina di anni fa erano ricchi di illustrazioni rispetto agli odierni (molto più fotografici) e mi dedicavo a ridisegnare quello che vedevo. Ricordo poi di aver amato le copertine di alcuni dischi Metal in un negozio di vinili vicino casa mia e così anche la musica ricoprì un ruolo importante. Queste erano le mia passioni e lo sono tuttora: ascoltare musica, osservare la natura e le sue meraviglie, disegnare è una conseguenza .. disegnare è come accarezzare ciò che si ama nei dettagli. Mi sentirei davvero povero se non amassi tutto ciò.

Quali tecniche preferisci?
In questo momento digitale, sia 2D che 3D con software quali Zbrush (software di modellazione virtuale) cercando di ottenere immagini pittoriche non da videogames. A volte abbozzo l’idea scarabocchiando a mano libera su quello che mi capita. Non ho un approccio rigoroso. Anche se non fanno parte del mio background amo la pittura e le incisioni. Prima o poi mi dedicherò a queste nobili arti.



Cosa significa per te dark surrealism?
Non che io ami le etichette, dark surrealism credo mi sia stato affibbiato per la prima volta per una intervista su Bleaq..io personalmente non mi sono mai dato una definizione anche se calza abbastanza nel mio caso ma non mi pongo limiti creativi. Il Surrealismo è senz'altro una delle correnti che amo di più anche perché tutto quello che realizzo non è di certo reale se non nelle mie fantasie che evidentemente sono piuttosto morbose ed oscure. Per il realismo preferisco molto di più una fotografia, tant'è che non amo molto l’iperrealismo pittorico sebbene riconosco ed apprezzo la complessità tecnica e la difficoltà di esecuzione, lo stesso vale per i rendering iperrealistici nel 3D, mi emozionano poco.

Quali sono le tue principali fonti d'ispirazione?
La natura in primis come ti dicevo poi mi lascio guidare dai miei sogni, dalle mie visioni della realtà che è costantemente distorta e reinterpretata, da libri di fantascienza o film di vari generi e da altri artisti naturalmente. L’Inferno in particolare è il mio vaso di Pandora, dove tutto è possibile nelle mie fantasie, non è strettamente legato all’Inferno biblico è forse più una dimensione solo mia dove come un alchimista distruggo plasmo e creo quello che voglio e dove accedo attraverso il sogno, il momento in cui la mente è libera dalla realtà. Un film come Hellraiser incarna bene quello che sto dicendo. Quando ritorno al reale la mia mente è soffocata da tante immagini e pertanto questa è la molla che mi fa scattare a cercare di disegnare quello che ho visto per governare quello che mi sono portato dietro dal mio viaggio onirico. Se non lo facessi impazzirei. A volte però il processo tende per forza di cose a razionalizzarsi perdendo l’efficacia di quello che avevo in mente..frustrante ma penso che accada a tutti. Se ti dovessi citare gli artisti che più mi hanno ispirato direi senza ombra di dubbio: H.R. Giger, Dalì, Bosch, Beksinski, Haeckel e la mia ultima scoperta l’amico e il Maestro Agostino Arrivabene con il quale ho avuto la fortuna di collaborare.


C'è spazio in Italia per un'arte e una cultura surreali e visionarie?
Si senza dubbio e ci sono molti esempi di artisti italiani che meritano un inchino , sicuramente non è per la massa ma ancora per una ristretta cerchia di appassionati. Ti basti pensare che lo stesso Giger non è che sia poi così conosciuto da noi se non per gli estimatori al massimo se dici loro "è colui che ha creato Alien ti rispondono "ah si si ok", ma non sapevano né il nome e né tantomeno che ci fosse dietro un artista così di spessore e così influente per gli artisti di mezzo mondo e così completo per giunta, Alien è una briciola se pensiamo a tutte le opere che Giger ha realizzato comprese sculture , oggetti di design etc. Quindi in questo scenario un artista italiano sa che in Italia non c'e' in ogni caso tutto questo spazio ma non mi sembra che questi artisti si arrendano ,semplicemente guardano più all'estero . Ormai qui da noi è un fenomeno che vale per tutti i mestieri guardare altrove sto avvertendo una rinascita qui Italia e un allargamento di vedute, spero non sia solo un mio abbaglio.

Cosa ti proponi di trasmettere a chi osserva le tue opere?
Certamente spero NON indifferenza, Userei un termine ampio: meraviglia, in generale fornire nuovi interpretazioni fantasiose così da ispirare lo spettatore. Non ho un qualcosa di prefissato o un target a cui rivolgermi strettamente, ne tantomeno vorrei ottenere un effetto che posso prevedere in modo scontato, anzi spero sempre che ci siano opinioni contrastanti così da ricevere nuove interessanti chiavi di lettura di quello che ho realizzato. Il primo spettatore e critico sono io in primis - se la cosa mi soddisfa la mostro..è come seminare senza sapere che frutti germoglieranno: mi entusiasma di più.


Come nascono le idee per le tue opere? È tutto improvvisato oppure c'è anche un progetto che precede la loro realizzazione?
Credo di averti già risposto, posso giusto dirti che è un equilibrio tra razionalità e improvvisazione..parto con delle immagini, a volte sfocate a volte molto delineate che albergano nella mia mente..me ne devo liberare, per governarle ridisegnandole o reiterpretandole per imprigionarle e poterle ammirare con gli occhi di questa realtà.
Non mi pongo limiti sia nella scelta dei soggetti che degli stili, grazie al digitale sia esso 3D che 2D ho la possibilità di sperimentare ed a volte alcuni soggetti sono nati frutto del caso.

Il ruolo delle nuove tecnologie e dei media nel campo artistico?
Volenti o nolenti ci influenzano tutti a meno di vivere in un deserto o una foresta vergine, non si può fare a meno della tecnologia e dei nuovi media ed anche artisti “classici” pittori o scultori che siano non possono farne a meno. C’è chi progetta una scultura in 3D per poi rifarla o chi un lavoro in digitale per poi ridipingerlo ed anche se si escludono queste nuove pratiche (comuni per alcuni) e  se anche uno ne facesse a meno , senz’altro utilizzerà la tecnologia per comunicare e l’arte è comunicazione e per farsi capire si usano linguaggi contemporanei sebbene l'arte in se parla una lingua universale e senza tempo, Caravaggio ancora ci comunica la sua bellezza e così Da Vinci o un Bosch eppure fanno parte di epoche lontane. Ogni epoca o corrente artistica ha avuto i propri mezzi di comunicazione e i propri mezzi tecnici non ci vedo nulla di male ma anzi ci vedo solo nuove possibilità grazie ai maggiori mezzi a disposizione rispetto al passato basta solo cogliere gli aspetti positivi di tutto questo.
La cosa però che mi lascia perplesso è che se gli artisti, anche i più classici e tradizionali,  guardano alla nuove tecnologie e alle nuove espressioni siano esse digitali o di altra natura con interesse,  questo non avviene più di tanto tra i critici , i galleristi e i collezionisti. Insomma ci sono ancora molti puristi che guardano non di buon occhio certe soluzioni..io penso alla luce di tutto che quello che conta è il processo creativo, il fine ultimo che è una immagine, come ci si arriva è importante ma non determinante. Chiaramente pur essendo un artista digitale so bene che l'arte nobile della pittura è ad un livello più alto ma conta per me l'immagine finale, il risultato.


Quali sono le difficoltà che incontra un artista nel mercato attuale?
Non so risponderti del tutto , non mi sono ancora posto il problema, per me non c'e' un mercato ne tantomeno ho la necessità di "vendere" o "vendermi". Negli anni ho prestato le mie capacità per copertine di dischi per bands che adoro e rispetto o per collaborazioni con altri artisti che stimo ,  per il resto posso immaginarmi in generale le difficoltà nel proporsi ad un pubblico più ampio ed in gallerie ma sinceramente immagino oltre al valore a quanti compromessi uno debba sottostare. Per ora quello che faccio per me non è business ma necessità psicologica e passione ed in generale non accetto compromessi.

È importante confrontarsi anche con gli altri artisti?
Si la cosa che più mi appaga in questo contesto è proprio il dialogo con artisti che amo, confrontarmi, scambiare tecniche consigli e critiche soprattutto - ecco di nuovo i media attuali offrono questa incredibile possibilità di scambiarsi agevolmente opinioni anche dall'altra parte del mondo, questo non sarebbe stato facile anni fa. È inutile rinchiudersi, io ho imparato davvero molto proprio scambiando le conoscenze con altri illustratori attingendo dal sapere altrui e portando le mie conoscenze. C'è sempre da imparare perché ognuno usa approcci diversi e poi mi entusiasmo all'idea che artisti che stimo possano apprezzare quello che faccio..mi onora. Il mio pubblico ideale infatti (riallacciandomi anche alla tua domanda su cosa mi propongo di trasmettere) sono proprio gli artisti che ammiro, ai quali guardo come un discepolo con lo stimolo costante a migliorarmi, l'umiltà è davvero alla base della crescita e ricevere sensazioni diverse, alla vista di un mio lavoro, da persone che hanno il mio stesso fuoco artistico alimenta anche il mio.





martedì 29 luglio 2014

Essere figli d'arte: intervista a José Van Roy Dalì


José Dalí nasce a Perpignan nella Catalogna il 17 febbraio 1940, figlio di Salvador Dalí Domènech, pittore tra i massimi esponenti del Surrealismo, e della sua consorte Elena Deluvina Diakonov, conosciuta come Gala. Frequenta le scuole comunali e a sette anni esegue le sue prime pitture. La vicinanza dei ‘fratelli’ acquisiti, figli della coppia che lo accudiva a Verona, non evita a José di essere un bambino difficile, solitario e incline a compiere stravaganze.
Già a dieci anni, azzarda inconsuete sperimentazioni che precorrono talune avanguardie pittoriche, in quel periodo non ancora in embrione. Frequenta sempre in modo discontinuo corsi di disegno, scultura e incisione. Oltre a quella di Vermeer, José subisce l’influenza di alcuni pittori veristi italiani dell’Ottocento. Apprezza Ingres, Turner, Courbet, Van Gogh. Dopo un brevissimo approccio al Divisionismo e all'Impressionismo, viene fatalmente attratto dal Surrealismo che, malgrado lo scarso entusiasmo suscitato in Italia, riflette il carattere essenzialmente bizzarro e ribelle del giovane ragazzo.
Nel 1958, per dedicarsi completamente alla pittura, sospende temporaneamente gli studi. Evita intenzionalmente di entrare nel giro dei galleristi e dei critici compiacenti e, per protesta, espone sporadicamente le proprie opere senza firma. Per arrotondare gli esigui introiti di pittore ‘non allineato’, sconfina nel cinema, interpretando piccoli ruoli.
Dal 1963, sperimenta, per il solo gusto di farlo, innovazioni tecnico-pittoriche al limite del paradossale, senza perdere di vista la sua strada maestra. Difende due contrapposte realtà, quali: la sublime genialità di Gaudì e la naturale, intuitiva capacità di Le Courbusier. Con padronanza quasi assoluta delle tecniche tradizionali, influenzato dalla ‘conquista razionale della logica’, José tratta la superficie delle sue tele come un pittore fiammingo del Cinquecento, continuando a ispirarsi a Raffaello e a Velázquez.
Dal 1969 al 1978 collabora alternativamente come illustratore, umorista, autore, pubblicista e fumettista.
Nel 1973 conosce Barbara che lo sprona a riavvicinarsi all’arte. Segue un periodo prolifico e particolarmente creativo per José Dalí, la cui pittura, pur evidenziando frequenti richiami daliniani, travalica il Surrealismo stesso e le varie ‘correnti’ pittoriche contemporanee.
Nel 1980 colloca un profilo di Cristo, in limatura d’oro su tela, nella residenza estiva del Santissimo Giovanni Paolo II a Castel Gandolfo. Da questo momento si susseguono diverse esposizioni: la mostra presso l’Athena Arte a Roma, con il patrocinio della Comunità Europea dell’Arte e della Cultura; la personale Dalí Scultore ed Illustratore presso l’Accademia Spagnola e la Mostra Internazionale del Gelato dove presenta in esclusiva mondiale I gelati rigidi in contrapposizione con gli ‘orologi molli’ dipinti dal padre Salvador. Dal 1991 in poi collabora con aziende prestigiose tra cui Nestlé-Perugina e Quarta Caffè.
Nel 1984 torna in Spagna per cercare di capire e per indagare alcuni aspetti che avvolgono di mistero la vita del padre Salvador, malato gravemente. In quell'occasione si reca in visita al Castello di Púbol per posare dei fiori sulla tomba di famiglia, dove riposa la madre. L’anno successivo, insospettito dalle numerose, e spesso contraddittorie, notizie di allarme diffuse dalla stampa internazionale sullo stato di salute del padre, che pongono anche in alternativa a un Salvador Dalí gravemente ammalato un altro Dalí stranamente attivissimo e ancora in grado di dipingere e impartire ordini, ritorna in Spagna in incognito riuscendo, malgrado l’assidua sorveglianza, a raggiungere il padre all'interno della Torre Galatea, uno degli edifici del Teatro Museo Dalí.
Presenta in anteprima una duplice esposizione siglata per l’appunto I due Dalí, con cui l’artista tenta di superare i limiti umani, tecnici e caratteriali del ‘classico’ Astrattismo Informale, per approdare a Nuove figurazioni e quindi al nuovo stile che accompagnerà il suo percorso artistico.
Nel rendersi conto che l’interesse di buona parte della stampa nei suoi confronti si focalizza morbosamente sui complicati rapporti familiari con i suoi genitori, si auto-esilia simbolicamente con la moglie Barbara – assieme a un numero imprecisato e cospicuo di amici a quattro zampe, che lui reputa i suoi migliori amici – nella sua casa-museo nei pressi della campagna romana. Vorrebbe che i media s’interessassero e parlassero di lui soltanto attraverso le sue opere e le sue esposizioni artistiche.
Il passaggio a Nuove figurazioni, costituisce per l’artista un doveroso, sentito e profondo processo ‘rigenerativo’ a cui sente la necessità di sottoporsi per creare le premesse e le basi della nascita di un nuovo stile.

Sei praticamente italiano: com'è nato questo tuo legame italiano?
A causa della guerra, prima...e dei molti impegni professionali dei miei, dopo ho vissuto buona parte della mia infanzia in Italia, accudito dai miei tutori italiani. Ho studiato in Italia e praticamente la mia cultura di base è italiana. 
Avere come cognome Dalì: più un vantaggio o uno svantaggio?
Il cognome fine a se stesso, fa un certo effetto sicuramente e quindi rappresenta un vantaggio...è il tragico confronto che rovina tutto ovviamente, assieme alle eventuali aspettative. Pertanto direi che, il più delle volte è uno svantaggio... ma, ormai ci ho fatto l'abitudine.
La tua passione per l'arte è nata fin dall'infanzia o è sopraggiunta più tardi?
La passione per l'arte e per la bellezza estetica in generale, era insita in me fin dall'infanzia, e proprio a causa di questa passione e della conoscenza,  talvolta approfondita, di alcune opere universali  che, mio malgrado, non mi sono mai potuto sentire un artista.
Cosa ne pensi del panorama artistico contemporaneo, soprattutto in Italia?
Come in ogni settore più o meno artistico, c'è del buono, del mediocre e del peggiore ovunque. Talvolta imperversa anche del cattivo gusto...per non dire orrido...ma questo è lo specchio dei tempi. E per rispondere nella maniera più adeguata, vorrei prendere in prestito,  dal saggio frasario del nostro attuale Santo Padre: "e chi sono io per giudicare?"
La tua opinione riguardo quei movimenti artistici che prendono come punto di riferimento anche Salvador Dalì, come la Visionary Art?
Perseguire un buon risultato, attraverso le magnifiche lezioni di chi ci ha preceduto in passato e brilla ancora di luce propria, è un ottimo punto di partenza. In fondo, fu  proprio Dalì  ad affermare: "da chi non vuole imitare nessuno, non viene fuori nulla". 
Come nasce l'ispirazione per un'opera?
Solitamente,le migliori  ispirazioni vengono offerte a piene mani, dalla  natura stessa... o, in alternativa, dalla manipolazione esasperata dei propri sogni. 
La tua tecnica artistica preferita?
Non è facile avere qualche preferenza in un campo così vasto. Mi affascina tutto alla stessa maniera quando c'è da apprendere qualcosa di nuovo  o da sperimentare nuove tecniche... dalla pittura alla scultura, dalla incisione all'acquaforte all'acquerello...come fosse  il più bel gioco del mondo.
Sei anche scrittore. C'è un legame fra arte e letteratura?
Come precedentemente accennato, pur dipingendo e scrivendo senza peraltro ritenermi ne artista e ne scrittore, mi gratifica non poco, condividere con un più vasto pubblico alcune emozioni creative...e sapere che, al di la della mia soglia, esistono persone in grado di apprezzare i miei concetti espressivi. Sì, in ogni genere  di linguaggio, pittorico, poetico o letterario, c'è quella voglia di comunicare, con la forza dei propri limiti, i propri sentimenti e una traccia del proprio passaggio, a una piccola  parte del mondo.  




lunedì 19 maggio 2014

IL TASMANIAN GOTHIC DI ELIZABETH BARSHAM


Elizabeth Barsham è nata in Tasmania e si è trasferita in Australia per studiare arte a Melbourne. In seguito ha fatto ritorno in Tasmania, dove insegna disegno e pittura a studenti adulti
I temi della sua arte sono legato al rapporto tra tasmaniani e la loro terra, soprattutto dal punto di vista gotico e romantico. La sua arte è spesso inquietante, a più livelli e deliberatamente ambigua, forse per questo un po' snervante. Ci sono diversi modi per interpretare le sue immagini, sia come celebrazione che come critica. Ha esposto in Tasmania, in Australia e a Singapore, sia in mostre collettive che private, ha vinto inoltre diversi premi artistici, tra cui il primo posto al CAS nel 1990, il HWHC Art Award nel 1999, il Soroptimists International Womens Day art award nel 2003, il Comalco art award nel 2005 e miglior quadro al Clarence Open Art Exhibition nel 2008. Il suo sito web è http://www.tasmanian-gothic.com


Quando hai capito di essere un'artista?

La mia carriera artistica è iniziata quando, a quattro anni, feci un disegno e dissi alla mia prozia Ada: "Adesso sono capace di disegnare i cavalli meglio di te!" Trascorrevo i giorni a scuola disegnando visi e strani animali nei miei libri per gli esercizi e, quando ho iniziato a lavorare come impiegata postale, occupavo la maggior parte del mio tempo disegnando sul mio registro. Non penso che dispiacque ai miei superiori quando a 19 anni lasciai l'impiego alla ricerca di avventure nell'entroterra australiano.
Era un'adolescente folle e la mia immaginazione era piena di idee romantiche sul lavorare con i bovini o gli ovini. Molti miei parenti erano agricoltori, ma quando la gente immagina l'Australia rurale pensa al deserto alla polvere rossa e alle pianure. La Tasmania non è così e quando ero bambina spesso scrutavo le mappe dell'Australia. Nei libri di storia australiana le uniche cose che venivano menzionato della Tasmania erano i detenuti, gli animali estinti e il triste destino del popolo aborigeno. Così io volevo trovare la "vera" Australia di cui avevo letto.
Come avevo sperato, trovai lavoro in una fattoria di ovini e bovini, ma presto ho capito che era una vita abbastanza noiosa. Ho fatto l'autostop fino a  Melbourne e mi sono data un anno per capire se avessi potuto essere un'artista.
Dopo dieci anni mi sono resa conto che stavo ancora dipingendo, così penso di esserci riuscita.

In che modo la terra della Tasmania ha influenzato i tuoi lavori?

Sono cresciuta nella boscaglia della periferia di Hobart , in quella che romanzieri gotici chiamerebbero una fattoria fatiscente . Era da tempo circondata dalle felci e dai cespugli , il fienile e annessi erano decadenti e c'erano pezzi di macchine agricole che stavano arrugginendo nel sottobosco . C'erano ciuffi spinosi di erba tagliata grossolanamente, felci marroni e verdi, la mimosa grigio-verde , la banksia , l'allocasuarina, il ciliegio selvatico, e tutte le forme complesse dell'arida foresta di eucalipti. Alberi contorti, le cui membra si stagliavano contro un cielo serale o bianchi luccicanti come un osso a mezzogiorno.
Dopo molti anni di assenza, sono tornata alla vecchia casa di famiglia, e queste forme e colori mi ispirano .
La Tasmania è molto montagnosa e le montagne sono vecchie ed erose con robuste colonne di dolerite sulla cima. Le valli in mezzo ad esse sono piene di  di foreste pluviali, tra le ultime giungle in zona temperata del mondo. Come si sale verso l'alto il bosco finisce e troviamo una vegetazione alpina; in inverno le montagne sono coperte di neve per un paio di settimane, fino a circa 900 metri sul livello del mare. Vaste aree sono accessibili solo a piedi, e possono essere necessario fino a due settimane per camminare in alcuni dei luoghi più remoti . Non ci sono pericolosi animali selvatici, ma la gente spesso si perde, poiché il tempo cambia molto rapidamente e improvvisamente non si può vedere altro che nebbia. È molto selvaggia e molto bella.
Nei miei quadri provo a catturare quel senso di paese selvaggio e non civilizzato e il carattere autosufficiente delle persone che vivono nelle zone agricole.

Cos'è il Tasmanian Gothic?

Il Tasmanian Gothic è un genere popolare che sta acquisendo fama, impegnato a esplorare  gli aspetti più violenti del paesaggio della Tasmania e anche gli aspetti più truci della storia del colonialismo europeo, creando oscure storie di conflitto tra popoli e tra persone e la stessa terra, alcune delle quali contengono un elemento di mistero e hanno dei finali non lieti. C'è un gruppo particolarmente vivace di registi, alcuni scrittori e pochi pittori e incisori che si definiscono come artisti del Tasmanian Gothic.

Quali sono i tuoi temi preferiti?

Essendo cresciuta in mezzo a dei narratori, mi sento molto legata al passato.
La storia del colonialismo europeo in Tasmania è relativamente breve; gli antenati di tutti coloro che vivono qui oggi non sono giunti prima di due secoli fa. Noi siamo circondati dalle tracce che hanno lasciato sul paesaggio, i loro approdi, le piste per i buoi, le cave e le costruzioni. Sappiamo i loro nomi e abbiamo le loro fotografie. Molti dei miei quadri sono stati liberamente ispirati a vecchie fotografie di famiglia risalenti fino al 1860.
C'è sempre un forte elementi narrativo nei miei quadri, ma non è mai completamente chiaro come debbano essere interpretati. Il loro significato è spesso ambiguo.
L'emigrazione, l'espropriazione, i cambiamenti ambientali, la perturbante e inquietante terra sono temi ricorrenti nei miei quadri. Mi invento le mie storie oscure e contorte e le dipingo oscure ed enigmatiche immagini, esplorando i rapporti strani e particolari tra le persone e l'ambiente.

Ci sono artisti o scrittori che influenzano la tua arte?

Sono stata influenzata da molte persone durante gli anni. Mi piace in particolare l'immaginaria in libri di scrittori come M. John Harrison e Jeff Vandermeer, ma ce ne sono anche molti altri. Gli artisti che mi hanno ispirata sono stati Joan Miro, Nicolas Poussin, Fra Filippo Lippi, Delacroix, Degas e Rubens.
Mi piacciono in particolari gli antichi pittori tedeschi come Albrecht Altdorfer e tutti i meravigliosi paesaggisti olandesi, così come Dr Seuss ed Edward Gorey.
Ma credo che un artista sia influenzato da tutto ciò che lo circonda e la sua sensibilità cambia quando cambia la società in cui vive. Sono interessata al modo in cui la tecnologia digitale e internet abbiano cambiato l'arte, ma non ho ancora una precisa opinione al riguardo.

Il gotico è ancora vivo? É mutato nel tempo?

Il gotico è ancora vivo e vegeto.
Storicamente la parola "gotico" era usata nel Rinascimento per riferirsi allo stile "barbarico" e sorpassato medievale, per opporsi alle linee pulite e ordinate dell'architettura e dell'arte classica. É lo stile di alcune delle più belle cattedrali europee, delle vetrate vivamente colorate, dei manoscritti decorati, della luce particolare e degli arazzi, pieni di persone, piante e animali dipinto con umore e umanità.
Con il revival gotico del XVIII e del XIX secolo, la parola ha cominciato a essere usata per descrivere le architetture in stile medievale e la letteratura romantica con trame avventurose collocate nel passato. Spesso erano storie di fantasmi o truci racconti di lussuria e tortura.
Nel XX secolo il termine "gotico" è stato applicato indiscriminatamente ai film, alla musica, alla modica e a qualsiasi cosa fosse disegnata con temi oscuri, morbosi, soprannaturali e orrifici. Questa formula è stata sviluppata in seguito dal vignettista Charles Addams,  dai cui disegni ha presso ispirazione la serie tv degli anni Sessanta La famiglia Addams. Il termine  evoca sinistre immagini di misteriose figura, terribili palazzi, maledizioni antiche e forze soprannaturali.
Oggi, come suggerisce il famoso dipinto di Grant Wood (American Gothic) il gotico moderno, divenuto un genere popolare, incrocia romanticismo, humour, parodia con un estremo fascino.

Possono tecnica e immaginazione convivere?

Assolutamente, anzi non posso immaginarli separati. Quando un artista che dipinge posti e oggetti immaginari possiede anche le tecniche per realizzarli, in modo da convincere sufficientemente lo spettatore, riesce a farli esistere. C'è bisogno di un lungo e attento studio del mondo reale; non è possibile creare un soddisfacente mondo di fantasia senza avere una forte comprensione della realtà.

Cosa ti proponi di trasmettere a chi osserva le tue opere d'arte?

Voglio intrigare, affascinare e divertire le persone e possibilmente farle pensare.
Se qualcuno sostiene un parere ho sempre voglia di contraddirlo, di trovare qualche altro modo per interpretare un insieme di circostanze; far vedere loro il mondo in modo leggermente diverso. Idealmente i miei quadri pongono domande piuttosto che fornire risposte.